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presuntuoso di Bonaparte, con la sua manina bianca, e che adesso era amato e stimato dall'imperatore Alessandro. E allora a che pro tante braccia, tante gambe amputate, tanti uomini uccisi? E, ancora, si ricordava di Lazarev decorato e di Denisov punito e non perdonato. Si sorprendeva, insomma, in preda a pensieri così strani, da sentirsene spaventato.   
   La fame e l'odore del cibo del Preobraženskij lo indussero a scuotersi; doveva pur mangiare qualcosa prima di ripartire. Si recò in un albergo che aveva visto la mattina e vi trovò molte persone e molti ufficiali venuti come lui in abiti borghesi, tanto che riuscì a stento a ottener da mangiare. Due ufficiali della sua stessa divisione si unirono a lui. La conversazione naturalmente cadde sulla pace. Gli ufficiali, colleghi di Rostov, come gran parte dell'esercito, erano scontenti della pace stipulata dopo la battaglia di Friedland. Dicevano che, se si fosse resistito ancora per un poco, Napoleone sarebbe stato perduto, che le sue truppe non avevano più né gallette, né munizioni. Nikolaj mangiava in silenzio, e soprattutto beveva. Bevve, da solo, due bottiglie di vino. Il lavorio interiore che operava in lui non approdava a una soluzione e continuava a opprimerlo. Aveva paura di cedere ai propri pensieri e, d'altronde, non poteva distoglierne la mente. A un tratto, alle parole di uno degli ufficiali, il quale trovava umiliante di trovarsi al cospetto dei francesi, Rostov prese a gridare, con un calore del tutto ingiustificato e che lasciò esterrefatti gli ufficiali.   
   «E come potete giudicare, voi, quel che sarebbe stato meglio?» urlò Rostov con gli occhi iniettati di sangue.   
   «Come potete giudicare le decisioni dell'imperatore? Quale diritto abbiamo, noi, di giudicare? Noi non possiamo comprendere le decisioni e gli scopi che persegue il nostro imperatore!»   

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