enorme, ci sarebbero volute le braccia di due uomini per cingerla tutta. Aveva qualche ramo spezzato, già da molto tempo, e la corteccia, là dove era stata ferita, appariva ricoperta di vecchie escare. Con le braccia e le dita enormi, goffe, contorte, asimmetricamente divaricate, se ne stava come un vecchio mostro sprezzante e iracondo in mezzo alle betulle sorridenti. Solo i piccoli abeti, col loro spento sempreverde, sparsi per il bosco, solo la vecchia quercia non volevano cedere al fascino della primavera; si ostinavano a ignorarla e ad ignorare il sole.
«Primavera, amore, felicità!» sembrava dire quella quercia. «Come fate a non esser sazi di questa stolida, ingannevole illusione? È sempre la stessa cosa, sempre lo stesso imbroglio! Non c'è primavera, non c'è sole, non c'è felicità. Guardate quegli abeti: se ne stanno lì schiacciati, morti, sempre uguali; guardate me che tengo divaricate le mie dita spezzate, scorticate, dovunque mi sono cresciute, dalla groppa, dai fianchi. Come mi sono cresciute così me ne sto eretta, e non credo alle vostre speranze, ai vostri inganni.»
Il principe Andrej si volse varie volte a guardare la quercia mentre attraversava il bosco, come se da lei si attendesse qualcosa. Anche ai piedi della quercia crescevano fiori ed erba; eppure essa vi sorgeva in mezzo immobile e corrucciata, mostruosa e testarda.
«Sì, ha ragione, questa quercia: ha mille volte ragione,» pensava il principe Andrej. «Lasciamo che gli altri, i giovani, si abbandonino pure a questo inganno, ma noi la vita la conosciamo, la nostra vita è finita!» E in relazione a quella quercia sorse nell'anima del principe Andrej una nuova ondata di pensieri senza speranza, e tuttavia di una dolce mestizia. Durante quel viaggio fu come se egli riesaminasse in modo nuovo tutta la sua vita e pervenisse alla stessa conclusione di prima, tranquillante e