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Adesso non riusciva nemmeno a capire come avesse mai potuto dubitare della necessità di svolgere una funzione attiva nella vita, né più né meno come un mese prima gli pareva impensabile che potesse venirgli in mente di lasciare la campagna. Gli sembrava chiaro che tutte le esperienze fatte nel corso della sua esistenza sarebbero risultate assurde e inutili, se egli non le avesse tradotte in atto e non fosse tornato a partecipare attivamente alla vita. Non capiva nemmeno come, sulla base di deboli argomentazioni razionali, gli apparisse evidente che si sarebbe umiliato se, dopo le lezioni che aveva avuto dalla vita, avesse di nuovo creduto alla possibilità di essere utile, alla possibilità d'amare e di essere felice. Adesso la ragione gli suggeriva ben altre cose. Dopo questo viaggio il principe Andrej cominciò ad annoiarsi in campagna; le occupazioni di prima non lo interessavano più, e spesso, quando era solo nel suo studio, si alzava, andava allo specchio e a lungo osservava la sua immagine. Poi si volgeva a contemplare il ritratto di Lise, la moglie scomparsa, che lo guardava tenera e gaia con i suoi boccoli sollevati à la grecque: dall'oro della cornice, ella non diceva più al marito le tremende parole di un tempo, ma lo guardava con una sorta di curiosità semplice e gaia. E il principe Andrej passeggiava a lungo per la stanza, le mani intrecciate dietro la schiena, ora accigliandosi, ora sorridendo, rimuginando quei pensieri irrazionali, inesprimibili, segreti come un delitto, legati ora a Pierre, ora alla gloria, ora alla fanciulla della finestra, ora alla quercia, alla bellezza femminile e all'amore, che avevano mutato radicalmente la sua vita. E se qualcuno in quei momenti entrava nella stanza, egli si mostrava più che mai tagliente e severo, più che mai arido e soprattutto sgradevolmente dialettico.   
   «Mon cher,» gli diceva per esempio, entrando in uno di questi momenti,

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