ravvisare in qualcun altro un ideale vivente di quella perfezione a cui egli aspirava, che credette facilmente di aver trovato in Speranskij questo ideale d'uomo del tutto razionale e virtuoso. Se Speranskij fosse appartenuto al suo stesso ambiente sociale, se avesse avuto la stessa sua educazione e le sue stesse abitudini morali, ben presto Bolkonskij avrebbe captato i suoi lati deboli, umani, non eroici; ma quella impostazione logica dell'intelligenza, che gli riusciva strana, gli suscitava tanto più rispetto in quanto non la comprendeva perfettamente. Inoltre, sia che Speranskij apprezzasse le doti del principe Andrej, sia che ritenesse necessario conquistarlo, civettava nei suoi confronti con la sua mente logica, impassibile e tranquilla, e lo irretiva con quella sottile lusinga, che è sempre unita alla presunzione, e che consiste nel sottintendere tacitamente come il proprio interlocutore sia la sola persona, insieme con noi, capace di capire tutta la stupidità di tutti gli altri, e la ragionevolezza e la profondità dei nostri pensieri.
Quel mercoledì sera, durante la loro lunga conversazione, Speranskij più di una volta disse: «Da noi si considera tutto quello che esce dalla consuetudine più invecchiata...» oppure con un sorriso: «Ma noi vogliamo che i lupi siano sazi e le pecore sane e salve...» oppure: «Loro questo non possono capirlo...» E sempre con una stessa espressione che diceva: «Noi, voi ed io, comprendiamo benissimo chi sono loro e chi siamo noi.»
Questa prima, lunga conversazione con Speranskij non fece che rafforzare nel principe Andrej la sensazione che gli aveva destato la prima volta. In lui egli vedeva un uomo logico, un pensatore rigoroso, di straordinaria intelligenza, che grazie alla sua energia e alla sua tenacia aveva raggiunto il potere e ne faceva uso solo per il bene della Russia. Agli occhi del principe Andrej, Speranskij era proprio l'uomo che spiega