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   «Se sapessi che ne sortirà qualche risultato, oltre all'umiliazione...» rispose il figlio con freddezza. «Ma ormai ve l'ho promesso e lo faccio per voi.»   
   Sebbene all'ingresso sostasse una carrozza privata, il portiere, dopo aver esaminati la madre e il figlio (che senza chiedere d'essere annunciati, entravano direttamente nel vestibolo a vetrate fra due ordini di statue dominanti dalle nicchie), gettò un'occhiata significativa al vecchio mantello di pelliccia, e domandò chi desiderassero, se le principesse o il conte; saputo che volevano vedere il conte, disse che sua eccellenza quel giorno si sentiva peggio, che sua eccellenza non riceveva nessuno.   
   «Possiamo andarcene,» disse il figlio in francese.   
   «Mon ami!» disse la madre con voce supplichevole, posando di nuovo la mano su quella del figlio come se quel contatto potesse tranquillizzarlo o sollecitarlo.   
   Boris non parlò più e guardò (interrogativamente la madre, senza togliersi il cappotto.   
   «Senti, brav'uomo,» disse con una vocetta melliflua Anna Michajlovna rivolgendosi al portiere, «lo so che il conte Kirill Vladimiroviè è molto malato... per questo appunto sono venuta... sono una parente... Non voglio certo disturbare, caro... Mi basterebbe vedere il principe Vasilij Sergeeviè. So che è qui, infatti. Annunciami, per favore.»   
   Con espressione contrariata il portiere diede uno strappo al cordone del campanello che avvisava al piano superiore e si voltò dall'altra parte.   
   «La principessa Drubeckaja per il principe Vasilij Sergeeviè!» gridò al cameriere in calze lunghe, scarpine e frac che era accorso e si affacciava

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