ripetendo in un bisbiglio: «Gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio...»
«Parlate, mamma, perché state zitta? Parlate!» disse poi, volgendosi verso la madre, che stava osservando la figlia con uno sguardo colmo di tenerezza, e in questa contemplazione sembrava aver dimenticato tutto ciò che voleva dire.
«È una cosa sconveniente, tesoro mio. Non tutti possono comprendere il legame che c'è tra voi fin dall'infanzia; vedere lui in tanta intimità con te può nuocerti agli occhi degli altri giovani che vengono da noi, ma soprattutto fa soffrire inutilmente Boris. Lui forse si era trovato un partito che gli si addiceva, una ragazza ricca; e adesso, invece, ha perso il cervello.»
«Ha perso il cervello?» ripeté Nataša.
«Ti racconterò di me. Avevo un cousin...»
«Lo so: Kirila Matveiè; ma è un vecchio, no?»
«Non è sempre stato vecchio. In ogni caso, ascoltami, Nataša: parlerò io con Boris. Non deve venire così spesso...»
«Perché non deve, se ne ha voglia?»
«Perché so che tutto questo finirà in nulla.»
«Come fate voi a saperlo? No, mamma, non gli parlate. Che stupidaggini!» disse Nataša col tono di una persona alla quale vogliono togliere un bene di sua proprietà. «D'accordo, non lo sposerò; ma che venga pure, se lui si diverte; e poi mi diverto anch'io.» Nataša sorrise e guardò la madre. «Non per sposarlo, ma così,» ripeté.
«Come sarebbe a dire, mia cara?»
«Sì, così. Forse non è proprio necessario che mi sposi; invece... così.»
«Così, così,» ripeté la contessa e, sussultando in tutto il corpo,