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dondolante, per la prima volta si immaginò al vivo ciò che l'attendeva al ballo, in quelle sale piene di luci: musica, fiori, danze, l'imperatore, tutta la splendida gioventù di Pietroburgo. Ciò che l'attendeva era così meraviglioso che ella non riusciva nemmeno a credere che fosse vero, tanto appariva in contrasto col freddo, il buio e la sensazione di prigionia che provava, dentro quella carrozza. Comprese tutto solo quando, percorsa la guida rossa dell'ingresso, entrò nel vestibolo, si levò la pelliccia e, a fianco di Sonja davanti a sua madre, salì la scala illuminata e adorna di fiori. Soltanto allora rammentò come dovesse comportarsi al ballo e si sforzò di assumere quei modi maestosi che secondo lei si addicevano a una fanciulla che partecipa a un ballo. Ma per sua fortuna sentì che gli occhi le si velavano: vedeva tutto in modo indistinto, il polso batteva cento volte al minuto e il sangue prese a pulsarle forte nel cuore. Così non le fu possibile assumere quei modi che l'avrebbero resa ridicola, e procedette, sentendosi venir meno per l'emozione e cercando con tutte le forze di nasconderla. E proprio questo, per contro, era l'atteggiamento che più le si addiceva. Davanti e dietro di loro, come loro in abiti da ballo e parlando a bassa voce, entravano altri invitati. Le specchiere lungo la scala riflettevano le dame in abiti bianchi, azzurri, rosa, il collo e le braccia nude adorne di diamanti e di perle.   
   Nataša guardava nelle specchiere, e in quelle immagini riflesse non era capace di distinguere la propria dalle altre. Tutto si confondeva in una sola processione scintillante. Entrando nella prima sala, Nataša fu stordita da un fragore monocorde di voci, di passi, di saluti; la luce e lo splendore l'abbagliarono ancora di più. Il padrone e la padrona di casa, che già da mezz'ora erano in piedi sulla soglia della porta d'entrata e ripetevano a tutti coloro che entravano le stesse parole:

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