adesso sembrano non vedermi, e, se mi guardano, lo fanno con l'aria di dire: "Ah, non è lei, dunque non val la pena guardarla." No, non può essere!» pensava. «Costoro devono pur sapere quanta voglia ho di ballare, come so ballare bene e come si divertirebbero anche loro, a ballare con me.»
Le note della polonaise che si prolungava già da un pezzo, incominciavano ormai ad avere una triste risonanza, quasi un ricordo, nelle orecchie di Nataša. Aveva voglia di piangere. La Peronskaja si era allontanata da loro. Il conte era all'altra estremità della sala; la contessa, Sonja e lei se ne stavano sole, come in un bosco, in mezzo a quella folla di estranei, indifferenti e superflue a tutti. Il principe Andrej passò davanti a loro in compagnia di una signora, evidentemente senza riconoscerle. Il bellissimo Anatol' stava parlando e sorridendo a una signora con la quale ballava e gettò un'occhiata al volto di Nataša con la stessa espressione con cui si guarda un muro. Boris passò due volte davanti a loro e ogni volta si voltò dall'altra parte. Berg e la moglie, che non ballavano, si avvicinarono.
A Nataša parve offensivo questa specie di raduno di famiglia, lì al ballo, come se non ci fosse stato altro luogo all'infuori di quello per abbandonarsi alle conversazioni familiari. Non ascoltava e non guardava Vera che le diceva qualcosa a proposito del suo abito verde.
Alla fine l'imperatore si fermò vicino alla sua ultima dama (aveva ballato con tre signore), la musica cessò, un aiutante indaffarato corse dalle Rostov per pregarle di farsi ancora più in disparte, sebbene fossero già a ridosso della parete, e dall'orchestra si sprigionarono scandite, guardinghe, nella loro particolare cadenza, le note di un valzer. L'imperatore volse lo sguardo per la sala, sorridendo. Trascorse un