Sempre ridendo, Speranskij porse al principe Andrej la sua mano bianca e morbida.
«Sono molto lieto di vedervi, principe,» disse. «Un momento...» aggiunse, rivolgendosi a Magnickij e interrompendo il suo racconto. «Oggi abbiamo stretto un patto: sarà un pranzo puramente amichevole, senza una sola parola sugli affari.» Quindi si girò di nuovo verso il narratore, e di nuovo scoppiò a ridere.
Il principe Andrej lo guardava ridere, e quella risata lo colmava di stupore e di melanconica delusione. Ai suoi occhi quello non era Speranskij, ma un altro uomo. Tutto ciò che fino a quel momento in Speranskij gli era parso misterioso e affascinante, ora gli apparve ovvio, e del tutto privo di fascino.
A tavola la conversazione non languì nemmeno per un istante, pur limitata qual era a un susseguirsi ininterrotto di storielle buffe. Magnickij non era ancora riuscito a concludere il suo racconto, che subito un altro aveva manifestato l'intenzione di raccontare qualcosa d'altro, che era ancora più buffo. Per la maggior parte le storielle riguardavano, se non proprio il mondo della burocrazia, almeno i burocrati. Sembrava che, nel circolo dei presenti, la nullità di queste persone fosse stata decretata in modo così definitivo che l'unico atteggiamento verso di esse poteva essere solo bonariamente comico. Speranskij raccontò come al Consiglio tenutosi quel giorno, un dignitario affetto da sordità, richiesto della sua opinione avesse risposto che lui era della stessa opinione. Gervais raccontò da cima a fondo una sua faccenda di ispezioni, notevole per la balordaggine dimostrata da tutti i protagonisti. Stolypin intervenne nella conversazione e, impuntandosi nel parlare, cominciò a raccontare con grande calore degli abusi del passato, minacciando di