quella del suo amico. Pierre cercava di non pensare né a sua moglie né a Nataša e al principe Andrej. Tutto tornava a sembrargli insignificante al confronto con l'eternità; di nuovo gli si prospettava la domanda: «A che scopo?» E giorno e notte, si costringeva ad occuparsi delle incombenze massoniche, sperando di allontanare così lo spirito maligno. Dopo le undici, mentre, uscito dall'appartamento della contessa, se ne stava nella sua stanza al piano superiore, bassa e piena di fumo e, seduto al tavolo con indosso una logora veste da camera, copiava gli originali di certi atti scozzesi, qualcuno entrò nella camera. Era il principe Andrej.
«Ah, siete voi,» disse Pierre con aria distratta e scontenta. «Io sto lavorando,» disse, indicando il quaderno come fosse stato un rifugio dai guai della vita, che è il modo con cui le persone infelici considerano il proprio lavoro.
Il principe Andrej, raggiante, felice, rinato alla vita, si fermò davanti a Pierre e, senza accorgersi del suo volto malinconico, gli sorrise con l'egoismo della felicità.
«Ebbene, mio caro,» disse, «volevo dirtelo fin da ieri e oggi sono venuto da te apposta per questo. Non mi è mai capitato di provare nulla di simile. Sono innamorato, amico mio.»
Pierre trasse un sospiro profondo e lasciò cadere il suo corpo massiccio sul divano, accanto al principe Andrej.
«Di Nataša Rostova, vero?» disse.
«Sì, sì; e di chi altri, se no? Non avrei mai creduto che potesse accadere, ma questo sentimento è più forte di me. Ieri mi sono tormentato, ho sofferto, ma non avrei dato nemmeno questa sofferenza per nulla al mondo. Prima non vivevo. Solo adesso vivo, ma non posso vivere se non ho lei. Ma è possibile che lei mi ami?... Io per lei sono vecchio... Ma tu