di sua madre. Arrossiva continuamente e s'irritava per nulla. Le pareva che tutti sapessero della sua delusione, che la compiangessero e ridessero di lei. Data l'intensità del suo intimo dolore, questa ferita del suo amor proprio acuiva la sua infelicità.
Una volta sola andò dalla contessa, per dirle qualcosa, ma all'improvviso scoppiò a piangere. Le sue lacrime erano le lacrime di una bambina offesa, che non sa per quale ragione sia stata castigata.
La contessa prese a consolarla. Nataša, che in principio era stata ad ascoltare le parole di sua madre, a un tratto la interruppe:
«Basta, mamma, io non ci penso neppure, non voglio pensarci! È semplice: prima veniva e ora non viene più, non viene più...»
La sua voce tremò; per poco ella non scoppiò di nuovo a piangere, ma si riprese e continuò con calma:
«E poi io non voglio affatto sposarmi. Lui mi fa paura: adesso mi sono calmata, mi sono calmata del tutto.»
Il giorno dopo questa conversazione Nataša si mise un vecchio vestito che indossava quando si sentiva felice, e cominciò la giornata secondo il sistema di vita che aveva abbandonato dopo il ballo. Dopo aver bevuto il tè andò nella sala che le piaceva più di tutte per la sua forte résonnance e prese a cantare i suoi solfeggi. Terminato il primo esercizio, si fermò nel mezzo della sala e ripeté una frase musicale che le era particolarmente piaciuta. Rimase gioiosamente sospesa, quasi fosse stato del tutto imprevedibile, all'incanto con cui i suoni, fondendosi insieme, riempivano il vuoto della sala e lentamente morivano, e a un tratto si sentì allegra. «Perché pensarci tanto? Anche così è tanto bello!» disse a se stessa, e cominciò a camminare avanti e indietro sul sonoro parquet della sala, non a passi normali, ma passando a ogni passo dal tacco sulla