punta (aveva le scarpe nuove preferite) e ascoltando con lo stesso piacere dei suoni della propria voce anche questo battere cadenzato del tacco e lo scricchiolare della punta. Passando davanti allo specchio, vi diede un'occhiata. «Ecco, quella sono io!» pareva dire l'espressione della sua faccia alla vista di se stessa. «E va benissimo così: non ho bisogno di nessuno.»
Un domestico voleva entrare per mettere in ordine qualcosa nel salone, ma lei non glielo permise; chiuse la porta alle sue spalle e continuò la sua passeggiata. Quella mattina stava ritrovando il suo stato d'animo preferito: d'amore e di entusiasmo per se stessa. «Ma che incanto, questa Nataša!» disse di nuovo fra sé con le parole di un'ipotetica terza persona di sesso maschile. «È bella, è giovane, ha una voce deliziosa e non dà fastidio a nessuno: basta solo lasciarla in pace.» Ma, per quanto la lasciassero in pace, non le era più possibile stare tranquilla, e subito ne ebbe la sensazione.
In anticamera era stato aperto il portone d'ingresso e qualcuno domandava: «Sono in casa?» Poi si udirono dei passi. Nataša continuava a guardarsi nello specchio, ma non si vedeva più. Aveva l'orecchio teso a quei rumori in anticamera. Quando tornò a vedersi, il suo viso era pallido. Era lui. Lo sapeva con certezza, sebbene avesse udito appena il suono della sua voce attraverso la porta chiusa.
Pallida e sgomenta corse nel salone.
«Mamma, è venuto Bolkonskij!» disse. «Mamma, è una cosa tremenda, insopportabile! Io non voglio... soffrire! Che cosa devo fare?...»
La contessa non ebbe il tempo di risponderle: il principe Andrej entrò nel salotto col viso serio e preoccupato.
Non appena scorse Nataša, si fece raggiante. Baciò la mano alla