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   «Va', va' da lui. Ha chiesto la tua mano,» disse la contessa in un tono che a Nataša parve freddo. «Va'... va'...» ripeté ancora la madre con un accento pieno di mestizia e di rimprovero, mentre la figlia correva via, e trasse un sospiro profondo.   
   Nataša non si ricordò mai come fosse entrata nel salotto. Varcò la soglia e, vedendolo, si fermò. «Possibile che quest'uomo estraneo ora sia diventato tutto per me?» si domandò; e subito rispose a se stessa: «Sì, tutto; ora lui solo mi è più caro di ogni altra cosa al mondo.»   
   Il principe Andrej le si avvicinò con gli occhi bassi.   
   «Vi ho amato fin dal primo istante che vi ho vista. Posso sperare?»   
   La guardò e l'appassionata gravità di quel volto lo colpì. Quel volto diceva: «Perché domandare? Perché dubitare di ciò che non si può non sapere? Perché parlare quando con le parole non si può esprimere ciò che si sente?»   
   Lei gli si fece accosto, poi si fermò. Il principe Andrej le prese la mano e vi depose un bacio.   
   «Mi amate?»   
   «Sì, sì,» rispose Nataša quasi con stizza. Trasse un sospiro profondo, poi un secondo ed un terzo, sempre più spesso, e alla fine scoppiò in singhiozzi.   
   «Perché piangete? Che cosa avete?»   
   «Ah, sono così felice» rispose lei sorridendo fra le lacrime; poi si fece ancor più vicina, piegandosi verso di lui, meditò un secondo come per domandarsi se lo potesse fare, poi gli diede un bacio.   
   Il principe Andrej le teneva le mani, la guardava negli occhi e non trovava più nel profondo della sua anima l'amore per lei che aveva sentito fino allora. Nella sua anima subitamente era avvenuto un rivolgimento: al

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