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quale ormai comandava lo squadrone che prima era affidato a Denisov.   
   Rostov era diventato quel che si definisce un bravo ragazzo, un po' rude nel tratto; un giovane che i conoscenti di Mosca avrebbero trovato forse mauvais genre; ma era amato e stimato dai suoi colleghi, sia dai sottoposti che dai superiori ed era soddisfatto della sua vita. Ultimamente - era il 1809 - le lettere che sua madre gli scriveva da casa sempre più spesso contenevano lamentele circa l'andamento sempre più precario delle loro condizioni economiche, e lo invitavano a tornare a casa, per tranquillare e far felici i vecchi genitori.   
   Leggendo queste lettere, Nikolaj temeva che volessero sottrarlo a quell'ambiente nel quale, al sicuro dal trambusto della vita, viveva in modo così placido e tranquillo. Egli intuiva che, presto o tardi, gli sarebbe toccato entrare di nuovo nel vortice della vita, occuparsi delle loro finanze dissestate per cercare di porvi rimedio, fare i conti con gli amministratori, dover affrontare le liti, gli intrighi, le relazioni sociali, i suoi rapporti con Sonja e la promessa che le aveva fatto. Tutto questo era terribile: era difficile, era intricato ed egli rispondeva alle lettere della madre con fredde lettere puramente formali, che cominciavano con: «Ma chère maman» e terminavano con «votre obéissant fils» e non parlavano di quando avesse intenzione di venire. Nel 1810 ricevette dai familiari una lettera nella quale veniva informato del fidanzamento di Nataša col principe Andrej Bolkonskij e del fatto che il matrimonio si sarebbe celebrato dopo un anno, perché il vecchio principe non dava il suo consenso. Questa lettera amareggiò e offese Nikolaj. In primo luogo, gli dispiaceva che Nataša, che era, della famiglia, la persona a cui voleva più bene, se ne andasse da casa; in secondo luogo, dal suo punto di vista di ussaro, gli spiaceva di non esser stato a casa in quell'occasione,

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