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   «Noi qui a Mosca ci occupiamo più di pranzi e di chiacchiere che di politica,» disse nel suo tono calmo e canzonatorio. «Di tutto questo non so né penso nulla. Mosca si occupa soprattutto di pettegolezzi,» continuò. «In questo momento si parla di voi e del conte.»   
   Pierre sorrise del suo sorriso buono, come se temesse per il suo interlocutore: che non gli avvenisse di dire qualcosa di cui, poi, avesse a pentirsi. Ma Boris parlava in modo scandito, chiaro e asciutto, guardando Pierre negli occhi.   
   «Mosca non sa fare altro che spettegolare,» proseguì. «Tutti s'interessano di sapere a chi il conte lascerà il suo patrimonio; ma può anche darsi che lui ci sotterri tutti, cosa che gli auguro di tutto cuore...»   
   «Sì, tutto questo è molto penoso,» ribadì Pierre, «molto penoso.» Pierre continuava a temere che l'ufficiale involontariamente s'impegolasse in un discorso per lui stesso imbarazzante.   
   «E a voi deve sembrare,» disse Boris arrossendo lievemente ma senza mutare la voce e l'atteggiamento, «a voi deve sembrare che tutti si occupino soltanto di strappare qualcosa al ricco signore.»   
   «Proprio così,» pensava Pierre.   
   «Per questo voglio dirvi, ad evitare malintesi, che vi sbagliereste di molto se metteste anche me e mia madre nel novero di costoro. Noi giamo molto poveri, ma - lo affermo almeno per quanto riguarda la mia persona - proprio perché vostro padre è molto ricco io non mi considero suo parente; né io né mia madre chiederemo né accetteremo mai nulla da lui.»   
   Per un bel po' Pierre stentò a capire; poi, quando alla fine capì, balzò dal divano, afferrò Boris per un polso con la precipitosa goffaggine che gli era propria, e arrossendo assai più di Boris, prese a dire con un

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