secondo la sua abitudine, se ne stava in piedi proprio sulla porta, cercando di parlare piano e di non muoversi, per evitare di rompere qualcosa nell'appartamento dei signori, e cercando di dire al più presto tutto quello che aveva da dire per poi uscirsene all'aperto, per levarsi da sotto quel soffitto opprimente e tornare sotto il cielo.
Terminate le domande e accertatosi che, in coscienza, Danila era convinto che i cani erano a punto (Danila per primo aveva voglia di andare a caccia), Nikolaj diede ordine di sellare i cavalli. Ma, mentre Danila stava per uscire, nella stanza a passi veloci entrò Nataša, ancora svestita e spettinata, con indosso un grande fazzolettone della njanja. Anche Petja entrò di corsa insieme con lei.
«Vai?» disse Nataša. «Ecco, lo sapevo! Sonja diceva che non sareste andati; ma io sapevo che oggi è una giornata tale, che proprio non si può non andare.»
«Andiamo,» rispose di malavoglia Nikolaj che quel giorno si proponeva di andare a caccia sul serio e non gli andava a genio di prender con sé Nataša e Petja. «Andiamo, sì, ma soltanto a caccia di lupi: ti annoieresti.»
«Lo sai che mi piace tanto venire,» disse Nataša. «Che modi sono questi? Lui va, ordina di sellare i cavalli e a noi non dice niente!»
«Vani son per i russi gli impedimenti tutti. Andiamo!» gridò Petja.
«Tu però non puoi davvero: la mamma ha detto che non devi,» disse Nikolaj rivolgendosi a Nataša.
«Non è vero, verrò: ti dico che verrò,» rispose lei con decisione. «Danila, ordina di sellare i cavalli anche per noi e di' a Michaila che venga con la mia muta,» aggiunse, rivolta al cacciatore.
Se già il semplice fatto di star dentro una stanza pareva a Danila una