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Non appena ebbero oltrepassato il recinto, senza rumore e senza parlare, in modo uniforme e tranquillo, tutti si allargarono lungo la strada e i campi che portavano al bosco di Otradnoe.   
   I cavalli avanzavano per la campagna come su un soffice tappeto, e a tratti sguazzavano nelle pozzanghere, quando dovevano tagliare i sentieri. Il cielo nebbioso continuava a calare, in modo costante e quasi insensibile, sulla terra; l'aria era tepida, quieta, silenziosa. A tratti risuonava ora il fischio di un cacciatore, ora lo sbuffare di un cavallo, ora un colpo di scudiscio o il guaito di un cane che non procedeva al suo posto.   
   Quando ebbero percorso una versta, altri cinque uomini a cavallo, seguiti dai cani, sbucarono dalla nebbia dirigendosi verso i Rostov. In testa a tutti cavalcava un bel vecchio ancor vegeto con grandi baffi bianchi.   
   «Buon giorno, zio,» disse Nikolaj, quando il vecchio gli fu accanto.   
   «Avanti, dunque!... Lo immaginavo,» disse lo zio (che era un lontano parente e un non facoltoso proprietario di terre confinanti con quelle dei Rostov), «lo immaginavo che non avresti potuto trattenerti. Fai bene ad andare. Benissimo; avanti dunque, marsc. (Era l'intercalare prediletto dello zio.) Entra subito nella riserva, perché il mio Girčik mi ha riferito che gli Ilagin sono a caccia anche loro, a Korniki; ti soffieranno i lupacchiotti sotto il naso. Avanti, dunque, marsc!»   
   «Č proprio lŕ che sto andando. E se unissimo le mute?» domandň Nikolaj. «Le uniamo...»   
   Raccolsero i segugi in una sola muta; poi lo zio e Nikolaj presero a cavalcare l'uno a fianco dell'altro. Nataša, con la testa avvolta nel fazzoletto da cui spuntava il suo viso acceso dagli occhi scintillanti, si

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