portň al galoppo accanto a loro, accompagnata da Petja, dal cacciatore Michajlo che non l'abbandonava un istante, e da un palafreniere che la njanja le aveva messo alle calcagne. Nataša cavalcava con abilitŕ e sicurezza il suo morello Arabčik e lo trattenne con mano salda, senza sforzo.
Lo zio si volse a guardare Petja e Nataša con aria di disapprovazione. Non gli andava di trasformare in un gioco da ragazzi una cosa seria come la caccia.
«Buon giorno, zietto, veniamo anche noi,» si mise a gridare Petja.
«Salve, salve, ma attenti a non calpestarmi i cani,» rispose lo zio con voce severa.
«Nikolen'ka, che stupendo cane, questo Trunila! Mi ha riconosciuto,» disse Nataša parlando del suo segugio preferito.
«Trunila in primo luogo non č un cane, ma un segugio,» pensň Nikolaj, e gettň un'occhiata severa alla sorella, cercando di farle percepire la distanza che in quel momento doveva separarli. Nataša lo comprese.
«Ma voi, zietto, non temete: non daremo fastidio a nessuno,» disse Nataša. «Ci metteremo al nostro posto e non ci muoveremo di lŕ.»
«Ottimo proposito, contessina,» disse lo zio. «Perň attenta a non cascare da cavallo,» soggiunse, «perché altrimenti... ecco, benissimo, marsc! Non c'č altro a cui aggrapparsi.»
La zona boscosa della riserva di Otradnoe era visibile a duecento passi e i bracchieri vi si stavano giŕ avvicinando. Rostov, dopo aver deciso con lo zio in che punto bisognasse lanciare i segugi, e aver indicato a Nataša il posto dove poteva sostare perché non vi sarebbe passato alcun animale, andň a esplorare il ciglio del burrone.
«Ebbene, nipotino, ti stai mettendo sulle piste d'una bestia grossa,»