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disse lo zio, «attento a non lasciartela scappare.»   
   «Dipenderà da come si presenta,» rispose Nikolaj. «Karaj, pfuit!» gridò poi, rispondendo con questo richiamo alle parole dello zio.   
   Karaj era un vecchio mostruoso mastino dal petto largo, famoso perché capace di assalire da solo i lupi più grossi. Tutti si misero ai loro posti.   
   Il verchio conte, conoscendo l'ardore venatorio del figlio, si era dato da fare per non arrivare in ritardo, e i bracchieri non avevano ancora avuto il tempo di avvicinarsi ai loro posti, che Il'ja Andreiè, allegro e rubicondo, con le guance che gli fremevano, arrivò al trotto attraverso i prati con i suoi morelli raggiungendo l'appostamento che gli era stato destinato. Aperse la pelliccia e, infilati alla cintola gli arnesi da caccia, montò il suo lustro, grasso e pacifico Vifljanka, ormai grigio come lui. I due cavalli col calessino furono rimandati indietro. Sebbene non fosse un cacciatore incallito, il conte Il'ja Andreiè conosceva alla perfezione le regole della caccia: s'inoltrò a cavallo fino al margine del bosco fitto di cespugli, dove era il suo posto, raccolse le redini, si sistemò saldamente in sella e quando si sentì pronto si guardò attorno, sorridendo.   
   Vicino a lui stava il suo cameriere, un cavallerizzo di vecchia esperienza ma ormai appesantito dagli anni: Semen Èekmar'. Èekmar' teneva al guinzaglio tre cani da lupo, gagliardi ma troppo grassi, come il padrone e il cavallo. Altri due cani, vecchi e intelligenti, se ne stavano accucciati senza guinzaglio. Cento passi oltre, nel margine del bosco, c'era un altro staffiere del conte: Mit'ka, cavallerizzo sfrenato e sfegatato cacciatore.   
   Secondo un'inveterata sua abitudine il conte prima della caccia aveva

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