bevuto in un piccolo calice d'argento qualche sorso di acquavite drogata, all'uso dei cacciatori, e aveva fatto uno spuntino annaffiato da mezza bottiglia del suo Bordeaux preferito.
Adesso era un po' acceso in volto, a causa del vino e della cavalcata; i suoi occhi, coperti da un velo umido, brillavano più del solito e, avvolto com'era nella pelliccia, eretto sulla sua sella, aveva l'aria di un bimbo soddisfatto, pronto per la passeggiata.
Magro, le guance incavate, Èekmar' aveva sbrigato le sue incombenze e sbirciava il padrone col quale aveva vissuto trent'anni in assoluta dimestichezza; e, indovinando la sua ottima disposizione d'animo, si aspettava una piacevole conversazione. Una terza persona si avvicinò cautamente provenendo dal bosco (si vedeva che già era stata istruita sul da farsi) e si fermò dietro il conte. Costui, un vecchio dalla barba bianca, con un mantello da donna e un alto berretto da notte, era il buffone che chiamavano Nastas'ja Ivanovna.
«Attento, Nastas'ja Ivanovna,» sussurrò il conte, ammiccando con gli occhi, «se ci fai scappare la bestia Danila ti concia per le feste.»
«Anch'io me ne intendo, non sono mica di primo pelo,» rispose Natas'ja Ivanovna.
«Sss!» lo zittì il conte, e si rivolse a Semen. «Hai visto Natal'ja Il'inièna?» gli domandò. «Dov'è?»
«S'è appostata con Petr Il'iè vicino ai rovi di Žarovo,» rispose Semen sorridendo. «È una signora, però la caccia le piace molto!»
«E tu ti meravigli, Semen, di come cavalca... eh?» disse il conte. «Potrebbe dar lezioni a un uomo!»
«Come potrei non meravigliarmi? Ha un coraggio! È proprio in gamba.»
«E Nikolen'ka dov'è? Sulla collina di Ljadovo, eh?» domandò il conte,