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non incitavano ormai più i cani, ma li incitavano con un continuo «ululù» e, su tutte le voci, sovrastava quella di Danila, ora bassa, ora acuta e lacerante. La voce di Danila sembrava colmar di sé tutto il bosco, uscirne fuori ed echeggiare lontano lungo la distesa dei campi.   
   Dopo esser rimasti qualche secondo in silenzioso ascolto, il conte e il suo staffiere si convinsero che i segugi si fossero divisi in due mute; una, più numerosa, che latrava con particolare ardore, prese ad allontanarsi; l'altra sfrecciò davanti al conte correndo lungo il bosco; e dietro quest'ultima si udì l'«ululù» di Danila. I due distinti inseguimenti peraltro si fondevano, alternandosi a tratti, e allontanandosi entrambi. Semen sospirò chinandosi per assestare il guinzaglio nel quale s'era impigliato un giovane cane; anche il conte sospirò e, accorgendosi di avere in mano la tabacchiera, l'aprì e ne tolse una presa di tabacco.   
   «Torna indietro!» gridò Semen al giovane cane che s'inoltrava nel sottobosco. Il conte trasalì e lasciò cadere la tabacchiera. Nastas'ja Ivanovna smontò da cavallo e fece l'atto di raccoglierla. Il conte e Semen lo guardavano.   
   A un tratto, come spesso succede, il frastuono dell'inseguimento si avvicinò in modo affatto subitaneo, come se le fauci latranti dei cani e il grido di Danila risuonassero già quasi davanti a loro.   
   Il conte si voltò e vide sulla destra Mit'ka che lo guardava con gli occhi sbarrati e, sollevando il berretto accennava un punto davanti a sé, della parte opposta.   
   «Attenzione!» gridò, con una voce che fece capire come da un pezzo questa parola gli urgesse dolorosamente in gola. E, lasciando andare i cani, galoppò verso il conte.   

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