Il conte e Semen uscirono al galoppo dal margine del bosco e videro alla propria sinistra il lupo che, dondolandosi mollemente, correva a salti silenziosi alla loro sinistra verso il margine del bosco dove loro si trovavano. I cani latravano furibondi: riuscirono a strappare i guinzagli e si buttarono verso il lupo sfrecciando tra le zampe dei cavalli.
Il lupo fermò la sua corsa; in modo goffo, quasi avesse avuto il torcicollo, volse la testa dalla grossa fronte verso i cani e, sempre dondolandosi mollemente, fece un salto, poi un altro e, agitando la coda, scomparve nel sottobosco. In quello stesso istante dal margine opposto del bosco, con un urlo simile a un lamento, balzò fuori smarrito un segugio, poi un altro, poi un terzo; finché tutta la muta prese di corsa giù per il campo, attraverso il punto dov'era passato il lupo. Dietro i cani i cespugli di nocciolo si aprirono e apparve il cavallo baio di Danila, nero e lucido di sudore. Sulla sua lunga groppa, curvo e raggomitolato in avanti, stava Danila senza berretto, coi grigi capelli sparsi sulla fronte rossa e sudata.
«Ululù, ululù!...» gridava. Quando scorse il conte, i suoi occhi mandarono un lampo.
«Maled... !» gridò, minacciando il conte con lo scudiscio sollevato.
«Vi siete fatti scappare il lupo! Che razza di cacciatori siete!» E, quasi non volesse degnare d'altri discorsi il conte confuso e spaventato, con tutta la rabbia che aveva in corpo batté sui fianchi umidi e incavati del suo castrone baio e galoppò dietro i segugi. Il conte rimase in piedi, come colpito da una punizione, guardandosi intorno e cercando con un sorriso di suscitare in Semen un sentimento di solidarietà per la propria situazione. Ma Semen era già scomparso: aggirando i cespugli, galoppava