distesa di tremule, il burrone dal ciglio corroso e il berretto dello zio che si scorgeva appena dietro un cespuglio, a destra.
«No, non mi capiterà una fortuna simile,» pensava Nikolaj; «e pensare che ci vorrebbe tanto poco! Ma non l'avrò. Sono sempre sfortunato, io: al gioco, in guerra; in tutto.» Nella sua mente balenarono le immagini di Austerlitz e di Dolochov, in rapida ma vivida successione. «Una volta, una volta sola nella vita riuscire a braccare un grosso lupo: non desidero altro!» pensava; intanto tendeva l'orecchio e aguzzava la vista, guardando ora a sinistra ora di nuovo a destra, attento a ogni minima eco dell'inseguimento. Guardò ancora a destra e vide che qualcosa correva verso di lui attraverso il campo deserto. «No, non può essere!» pensò, tirando un pesante sospiro, come sospira un uomo quando si compie qualcosa che aspettava da lungo tempo. Si stava attuando la grande fortuna, e in modo così semplice, senza clamore, senza pompa, senza presagi particolari. Nikolaj non credeva ai propri occhi, e quel suo dubbio durò assai più di un secondo. Il lupo correva avanti e superò con un salto pesante un fossato che aveva incontrato sul suo tragitto. Era una vecchia bestia, col dorso grigio e la pancia rossiccia e spelacchiata. Correva senza fretta, nell'evidente persuasione che nessuno lo avesse scorto. Senza fiatare, Nikolaj si volse a dare un'occhiata ai cani. Essi erano accucciati o in piedi, senza vedere il lupo, senza capire nulla. Il vecchio Karaj, volgendo il capo indietro, scopriva i denti gialli e li faceva schioccare sulle zampe posteriori cercando rabbiosamente una pulce.
«Ululululù,» proferì Nikolaj in un bisbiglio, schiudendo appena lelabbra.
I cani, scuotendo i collari di ferro, balzarono su con le orecchie tese. Karaj smise di mordicchiarsi la coscia e si alzò rizzando le