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   L'istante in cui Nikolaj vide nel borro i cani che si voltolavano lottando col lupo e, sotto di essi, il pelame grigio dell'animale selvaggio, una zampa posteriore protesa, la testa terrorizzata e ansante con le orecchie appiattite (Karaj lo teneva alla gola) - quell'istante, fu il momento più felice della sua vita. Aveva già afferrato l'arcione della sella per smontare di cavallo e colpire il lupo, quando a un tratto dal groviglio dei cani sbucò la testa della belva, poi sull'orlo del borro si posarono le zampe anteriori. Il lupo digrignò i denti (Karaj non lo stringeva alla gola), spiccò un salto con le zampe posteriori fuori del borro e, con la coda fra le gambe, balzò di nuovo in avanti allontanandosi dai cani. Karaj, col pelo irto, forse contuso o ferito, riemerse a fatica dal borro.   
   «Dio mio! Perché?...» gridò disperato Nikolaj.   
   Dalla parte opposta il cacciatore dello zio galoppò in senso opposto, in modo da tagliare la strada al lupo, e i cani riuscirono ad arrestarlo di nuovo e a circondarlo. Nikolaj, il suo staffiere, lo zio e il suo cacciatore giravano attorno alla bestia, lanciando degli «ululululù», e tenendosi pronti a smontare da cavallo quando il lupo si fosse accucciato sulle zampe posteriori, o a buttarsi al galoppo se il lupo si fosse scrollato di dosso i cani per lanciarsi di nuovo in direzione della riserva e mettersi in salvo.   
   Fin dal principio dell'inseguimento, Danila, udendo gli «ulululù», si era portato al margine dei bosco. Vide Karaj azzannare il lupo e fermò il cavallo, pensando che la cosa fosse ormai conclusa. Ma quando vide che i cacciatori non smontavano, e il lupo si liberava rimettendosi in fuga, Danila spinse il suo baio non già verso il lupo, ma in linea retta verso la riserva, cercando come Karaj di tagliargli la strada. In questo modo

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