arrivò vicino al lupo nel momento in cui i cani dello zio lo fermavano per la seconda volta.
Danila cavalcava in silenzio, tenendo il pugnale sguainato nella mano sinistra e battendo ritmicamente con lo scudiscio i fianchi tesi del baio.
Nikolaj non vide e non udì Danila finché il baio non gli sbuffò addosso col suo respiro ansante, e non sentì il tonfo di un corpo che cadeva. Allora vide che Danila si era tuffato in mezzo alla mischia dei cani, dietro il lupo, e cercava di agguantarlo per le orecchie. Per i cani, per i cacciatori, per il lupo, era ormai evidente che adesso tutto era finito. La belva, appiattendo le orecchie atterrita, cercava di sollevarsi, ma i cani la serravano da ogni parte. Danila balzò in piedi, barcollando fece un passo in avanti e con tutto il suo peso, come se si fosse sdraiato a riposare, si lasciò cadere sul lupo acciuffandolo per le orecchie. Nikolaj voleva trafiggerlo, ma Danila mormorò: «No, lo leghiamo,» e, cambiando posizione, premette col piede sul collo del lupo. Nelle fauci della bestia, a mo' di morso, infilarono di traverso un bastone, legandolo con un guinzaglio; poi gli legarono le zampe e Danila lo fece rotolare un paio di volte da un fianco all'altro.
Con le facce stanche e felici caricarono il grosso lupo vivo su un cavallo che scalciava e nitriva e, accompagnati dai cani che gli guaivano contro, lo portarono nel punto in cui tutti si sarebbero riuniti. I cacciatori si accostarono per guardare il grosso lupo che, lasciando cadere penzoloni la testa dalla grossa fronte con il bastone già roso dai morsi, guardava con occhi vitrei tutta la folla di cani e di uomini che lo attorniava. Quando lo toccavano, sussultando con le zampe legate, guardava tutti con espressìone selvaggia e al tempo stesso ingenua. Anche il conte