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   Quando verso sera Ilagin si congedò da Nikolaj, questi si trovava così lontano da casa che accettò la proposta dello zio di pernottare insieme ai cacciatori, nel suo villaggio di Michajlovka.   
   «E se poi voleste venire qualche ora a casa mia,» disse lo zio, «tanto meglio. Il tempo è umido; potrete riposarvi, la contessina potrebbero riaccompagnarla in calesse.»   
   L'invito dello zio venne accettato; un cacciatore fu inviato a Otradnoe per prendere il calesse; e Nikolaj, Nataša e Petja andarono dallo zio.   
   Cinque servitori, fra uomini e ragazzi, corsero fuori, davanti all'ingresso principale, ad accogliere il padrone. Decine di donne, vecchie, giovani e bambine, si affacciarono all'ingresso di servizio per vedere l'arrivo dei cacciatori. La presenza di Nataša - una donna, una signora a cavallo - eccitò a tal segno la curiosità dei servi dello zio, che molti, per nulla intimiditi dalla sua presenza, le si avvicinarono, la guardarono negli occhi e fecero davanti a lei i loro commenti, come se Nataša non fosse stato un essere umano, ma uno di quei fenomeni da baraccone, che pertanto non possono capire né sentire quel che si dice di loro.   
   «Arinka, guarda, sta seduta di fianco! Sta seduta in quel modo e l'orlo della gonna le svolazza... Guarda, ha anche il corno!»   
   «Santi benedetti, ha anche il coltello!»   
   «Sembra proprio una tartara!»   
   «Come fai a non ruzzolare in terra?» domandò la più ardita, rivolgendo la parola a Nataša.   
   Lo zio smontò da cavallo all'ingresso della sua casa di legno circondata da un giardino; gettò un'occhiata circolare ai suoi servitori, e con voce autoritaria gridò che la gente di troppo se ne doveva andare e

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