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che bisognava darsi da fare per ricevere gli ospiti e i cacciatori.   
   Tutti corsero via. Lo zio aiutò Nataša a smontare da cavallo e la guidò per mano su per i traballanti scalini di assi dell'ingresso. Nella casa, che aveva le pareti di tronco, prive di intonaco, non regnava un'eccessiva pulizia: non si poteva certo affermare che lo scopo di chi ci abitava consistesse nell'evitare che ci fosse la minima macchia, ma non si notavano nemmeno dei segni di trasandatezza. Nel vestibolo erano appese pelli di lupo e di volpe, e c'era odore di mele fresche.   
   Attraverso l'anticamera lo zio condusse i suoi ospiti in una piccola sala con un tavolo allungabile e sedie di mogano, poi in un salotto con un tavolo rotondo di betulla e un'ottomana, poi in uno studio, con un divano lacero, un tappeto logoro e i ritratti di Suvorov, del padre e della madre del padrone di casa e di lui stesso in divisa militare.   
   Nello studio stagnava un acre odore di tabacco e di cani. Lo zio invitò gli ospiti a sedersi e a comportarsi come se fossero stati a casa loro; poi uscì. Dallo studio si staccava un corridoio in cui si vedeva un paravento con i teli sfondati da dietro il quale giungeva un suono di voci e di risa femminili. Entrò anche Rugaj con la schiena ancora sporca; si sdraiò sul divano e prese a ripulirsi con la lingua e con i denti. Nataša, Nikolaj e Petja si sfilarono gli indumenti pesanti e sedettero sul divano. Petja appoggiò la testa su un braccio e si addormentò subito; Nataša e Nikolaj sedevano in silenzio. I loro volti bruciavano, erano molto affamati e molto allegri. Si guardarono l'un l'altra (dopo la caccia, in quella stanza, Nikolaj non riteneva necessario, ormai, ostentare la sua superiorità maschile di fronte alla sorella); Nataša ammiccò al fratello e tutt'e due non poterono trattenersi a lungo: presto scoppiarono in una sonora risata senza aver avuto il tempo di escogitare una spiegazione per

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