giustificare la loro ilarità.
Poco dopo entrò lo zio, che indossava una giacca corta, un paio di pantaloni blu e stivali bassi. E Nataša si rese conto che quell'abito, che con suo stupore e ironia aveva visto indosso allo zio a Otradnoe, era un vero abito, niente affatto peggiore delle redingotes e dei frac. Anche lo zio era allegro: non solo non si offese delle risate di Nataša e di Nikolaj (non poteva nemmeno passargli per la mente che ridessero del suo modo di vivere), ma egli stesso finì per unirsi a quella loro ilarità senza motivo.
«Ma guardate com'è questa giovane contessa. Molto bene, marsc! Un'altra così non l'avevo ancora conosciuta!» disse, porgendo a Nikolaj una pipa dal lungo bocchino e caricandone una dal bocchino mozzo, con un gesto sicuro e abituale delle dita. «È stata tutto il giorno a cavallo, né più né meno come un uomo, e... come niente fosse!»
Lo zio era entrato da poco, quando la porta venne aperta da una ragazza, a piedi nudi, come si capiva dal suono dei suoi passi. Dietro di lei entrò una donna sui quarant'anni, bella e rubiconda, con un doppio mento e labbra turgide e vermiglie, e reggeva un grande vassoio apparecchiato. Con ospitale e solenne affabilità dipinta negli occhi e in ogni suo movimento, ella gettò un'occhiata agli ospiti e, con un sorriso cordiale sulle labbra, fece un rispettoso inchino. Nonostante la pinguedine, che la costringeva a sporgere in avanti il seno e il ventre e a tenere la testa spinta all'indietro, la donna (era la governante dello zio) aveva un passo straordinariamente leggero. Ella si avvicinò alla tavola, vi posò sopra il vassoio e, con le sue mani bianche e grassocce, ne tolse destramente antipasti, dolci e bottiglie che dispose sul piano della tavola. Quando ebbe terminato, si allontanò e, con un sorriso