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stampato sul volto, si fermň accanto alla porta: «Ecco, chi sono io! Adesso capisci lo zio?» diceva a Rostov quella sua apparizione. E come non capire? Non soltanto Nikolaj, ma anche Nataša capiva lo zio, il significato dei suoi sopraccigli aggrottati e del sorriso felice e soddisfatto che increspava appena le sue labbra nel momento in cui era entrata Anis'ja Fëdorovna. Sul vassoio c'erano un liquore d'erbe, degli infusi, dei funghi, frittelle di farina nera, miele di favo, miele bollito e schiumante, mele, noci crude e abbrustolite e noci al miele. Poi Anis'ja Fëdorovna portň anche delle marmellate, della conserva di frutta al miele, del prosciutto, e un pollastro appena arrostito.   
   Erano tutte cose casalinghe, raccolte e cucinate da Anis'ja Fëdorovna. E tutto aveva l'odore, l'aspetto e il sapore di Anis'ja Fëdorovna: tutto riecheggiava quella sua opulenza, quella pulizia e quell'amabile sorriso.   
   «Mangiate, mangiate, contessina,» esortava lei, porgendo a Nataša ora una cosa ora un'altra.   
   Nataša mangiava di tutto e le sembrava di non aver mai visto né mangiato delle frittelle simili, né un tale assortimento di fragranti conserve e di noci al miele, e nemmeno un pollastro come quello. Anis'ja Fëdorovna uscě dalla stanza. Nikolaj e lo zio, innaffiando la cena con liquore di visciole, chiacchieravano della caccia appena terminata e della prossima, di Rugaj e dei cani di Ilagin. Nataša sedeva sul divano col busto eretto, gli occhi luccicanti, e li ascoltava. Cercň piů di una volta di svegliare Petja per fargli mangiare qualcosa, ma lui borbottava parole incomprensibili senza destarsi dal suo sonno. Nataša aveva l'animo cosě allegro, si sentiva cosě serena in quell'ambiente per lei affatto nuovo, che temeva soltanto di veder arrivare troppo presto il calesse che doveva venire a prenderla. Dopo uno di quei silenzi casuali, che quasi sempre

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