splendidamente.»
«In questo passaggio, però, non esattamente quel che dovrebbe,» commentò lo zio con un gesto energico. «Qui bisogna scandire di più le note. Benissimo! Avanti, marsc, staccare!»
«Sapete suonare anche voi la balalajka?» domandò Nataša.
Lo zio sorrise senza rispondere.
«Anis'juška, guarda se la chitarra non ha le corde rotte. È un pezzo che non la prendo in mano, l'ho completamente trascurata!»
Anis'ja Fëdorovna andò di buon grado, con la sua andatura leggera, a eseguire l'incarico del suo padrone e tornò con la chitarra.
Senza guardare nessuno, lo zio ne soffiò via la polvere, con le dita ossute batté sulla cassa dello strumento, lo accordò e si assestò comodamente sulla poltrona. Afferrò la chitarra un po' più su del manico (spingendo in fuori il gomito del braccio sinistro in un gesto piuttosto teatrale) e, dopo aver strizzato l'occhio a Anis'ja Fëdorovna, non cominciò a suonare la Barynja, ma prese un accordo puro e squillante e, in modo misurato, con calma, ma con mano ferma, prese a modulare su un ritmo molto lento la nota canzone: Sulla stra-a-ada lastricata. Il motivo della canzone riecheggiò subito anche nell'anima di Nikolaj e di Nataša all'unisono con la tranquilla giocondità della musica, la stessa giocondità che spirava da tutta la persona di Anis'ja Fëdorovna. Questa si fece tutta rossa e, coprendosi la faccia col fazzoletto, uscì ridendo dalla stanza. Lo zio continuò a modulare la canzone con purezza, suono limpido e puro e con timbro energico, guardando con occhi mutati, densi d'ispirazione il punto dal quale era uscita Anisja Fëdorovna. Qualcosa rideva in modo appena percettibile sul suo viso, da una parte, sotto un baffo grigio; e quel sorriso si accentuò quando la canzone giunse a una