fase successiva, il tempo fu accelerato e qualcosa pareva rompersi nei passaggi.
«Un incanto, un vero incanto, zio! Ancora, ancora» prese a gridare Nataša non appena egli ebbe terminato. Saltò su dal divano, e corse ad abbracciare e baciare lo zio. «Nikolen'ka, Nikolen'ka!» esclamò poi, voltandosi a guardare il fratello come a domandargli: «Ma questo che cosa è mai?»
Anche a Nikolaj era piaciuta l'esecuzione dello zio. Questi suonò la canzone una seconda volta: il volto sorridente di Anis'ja Fëdorovna ricomparve nel vano della porta e, dietro di lei, altre facce. «Dietro la fresca fonte grida: ragazza, aspetta!» suonava lo zio; poi fece una abile variazione e, all'improvviso, troncò di netto stringendosi nelle spalle.
«Su, avanti zietto, avanti!» supplicò Nataša come se dal suono di quella chitarra dipendesse la sua vita.
Lo zio si alzò e fu come se in lui ci fossero state due diverse persone: una sorrideva gravemente del buontempone, ma fu il buontempone a fare un passo ingenuo e preciso prima di cominciare il ballo.
«Suvvia, nipotina!» gridò lo zio, invitando Nataša con un gesto della mano che aveva troncato l'accordo.
Nataša gettò lontano lo scialle che aveva indosso, corse davanti allo zio e, puntando le mani contro i fianchi, fece un movimento con le spalle, fermandosi poi di colpo.
Dove, come, quando quella contessina, educata da una emigrata francese, aveva assorbito dall'aria russa che respirava quello spirito? Dove aveva preso quegli atteggiamenti che il pas de châle da un pezzo avrebbe dovuto distruggere? Eppure quello spirito e quegli atteggiamenti russi, che lo zio, appunto, si attendeva da lei. Non appena ella si fermò con un sorriso