dalla schiena del fratello, scese da sola.
Come avesse fatto il giro di un suo reame per mettere alla prova il suo potere, e si fosse convinta che tutti erano sottomessi, ma che, ad onta di questo, ci si annoiava, Nataša andò in sala, prese la chitarra, si sedette in un angolo buio, dietro uno stipetto, e prese a pizzicare le corde in tono di basso, suonando una frase che ricordava, da un'opera che aveva udito a Pietroburgo insieme col principe Andrej.
Per gli estranei che la stavano ascoltando, le note sprigionate dalla chitarra non avevano alcun senso, ma nell'immaginazione di Nataša rinasceva da quei suoni tutta una serie di ricordi. Stava seduta dietro lo stipetto, con gli occhi fissi su una striscia di luce che usciva dalla porta della dispensa, ascoltava se stessa e si abbandonava all'onda dei ricordi.
Sonja attraversò la sala con un bicchierino d'acqua in mano, diretta alla dispensa. Nataša la guardò, poi guardò la fessura della porta della dispensa e le parve di ricordare che già un'altra volta la luce dalla porta filtrava proprio come ora, e Sonja era passata col bicchierino in mano. «Sì, questo è già accaduto, tale e quale,» pensò.
«Sonja, che cos'è questo?» gridò Nataša pizzicando la corda più grossa.
«Ah, sei qui!» esclamò Sonja, trasalendo; si avvicinò e rimase in ascolto. «Non lo so. La bufera?» propose timidamente, temendo di sbagliare.
«Ecco, era trasalita anche allora: proprio così. Si era avvicinata e anche l'altra volta aveva sorriso timidamente,» pensò Nataša, «e proprio nello stesso modo... anche allora avevo pensato che in lei manca qualcosa.»