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   «Eduard Karliè, per piacere suonate il mio prediletto Nocturne di monsieur Field,» disse la voce della contessa dal salotto.   
   Dimmler prese un accordo e, rivolgendosi a Nataša, a Nikolaj e a Sonja, disse:   
   «Come se ne sta seduta buona buona, questa gioventù!»   
   «Sì, stiamo filosofando,» disse Nataša, voltandosi a guardare per un momento. Poi continuò la conversazione, che ora verteva sui sogni.   
   Dimmler cominciò a suonare. Nataša si avvicinò al tavolo in punta di piedi, prese una candela, la portò fuori, e, ritornata indietro, sedette senza far rumore al suo posto. Nella stanza, soprattutto intorno al divano sul quale loro erano seduti, c'era buio, ma, attraverso le grandi finestre, pioveva sul pavimento il raggio della luna piena.   
   «Sai,» disse Nataša in un bisbiglio, facendosi più accosto a Nikolaj e a Sonja, quando ormai Dimmler aveva finito e continuava a starsene lì seduto, pizzicando le corde, evidentemente indeciso se smettere di suonare o cominciare un nuovo brano, «sai, io penso che quando si ricorda così, si ricorda proprio tutto; allora si ricordano tante cose che ci sembra di ricordare anche quello che è accaduto prima di venire al mondo...»   
   «Questa è la metempsicosi,» disse Sonja, che aveva sempre studiato con diligenza e si ricordava di tutto. «Gli antichi egizi credevano che le nostre anime fossero dapprima vissute nel corpo degli animali e poi tornassero a trasmigrarvi, dopo esser state dentro di noi.»   
   «No, sai, io non credo che noi prima fossimo negli animali,» disse Nataša, sempre a bassa voce, sebbene la musica fosse finita, «e so con certezza che eravamo angeli in qualche luogo, e siamo stati anche qui; per questo, dopo, ricordiamo tutto...»   
   «Posso unirmi a voi?» domandò piano Dimmler, che si era avvicinato; e

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