sedette accanto a loro.
«Ma se eravamo angeli, perchè siamo caduti più in basso?» disse Nikolaj. «No, questo non è possibile!»
«Non più in basso; chi ti ha detto che siamo più in basso?... Forse che io posso sapere che cos'ero prima?» replicò Nataša, convinta. «L'anima è immortale, no? Dunque, se vivrò sempre, vivevo anche prima, vivo in eterno.»
«Sì, ma per noi è difficile immaginare l'eternità,» osservò Dimmler, che si era avvicinato ai giovani con un tenue sorriso di disprezzo, ma adesso parlava con loro a bassa voce e in tono molto serio.
«Perché dovrebbe essere difficile immaginare l'eternità?» disse Nataša. «È oggi, sarà domani, sarà sempre; ed era anche ieri, e l'altroieri...»
«Nataša, adesso è il tuo turno. Cantami qualcosa,» si fece udire la voce della contessa, «perché ve ne state seduti lì come dei cospiratori?»
«Mamma, non ne ho proprio voglia,» rispose Nataša, ma intanto si era alzata.
Nessuno di loro, nemmeno Dimmler che non era più giovane, aveva voglia di interrompere la conversazione e di allontanarsi da quell'angoletto della stanza dei divani, ma Nataša si era alzata e allora Nikolaj sedette al clavicembalo. Come sempre, mettendosi in mezzo alla sala e scegliendo il posto migliore per la risonanza, Nataša cominciò a cantare il brano che sua madre prediligeva.
Aveva detto che non aveva voglia di cantare, ma da molto tempo non aveva cantato come cantò quella sera e per molto tempo dopo non le accadde di cantare più così. Dallo studio, dove stava consultandosi con Miten'ka, il conte Il'ja Andreiè ascoltava il suo canto e, come uno scolaretto che ha fretta di andare a giocare allorché la lezione volge al termine,