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s'imbrogliava nelle parole mentre dava le disposizioni all'amministratore: infine tacque, mentre Miten'ka, ponendosi anche lui in ascolto, stava in piedi davanti al conte, sorridendo. Nikolaj non distoglieva gli occhi dalla sorella e riprendeva fiato solo quando lo riprendeva lei. Sonja, ascoltando, pensava all'enorme differenza che la separava dalla sua amica e come non le riuscisse nemmeno lontanamente di avere il fascino di sua cugina. La vecchia contessa sedeva col suo sorriso fra il triste e il lieto, e ogni tanto scuoteva la testa mentre le lacrime le salivano agli occhi. Pensava a Nataša e alla propria giovinezza, e a come, in quell'imminente matrimonio di Nataša col principe Andrej, ci fosse qualcosa d'artificioso che le metteva paura.   
   Dimmler, che si era seduto accanto alla contessa, ascoltava con gli occhi chiusi.   
   «No, contessa,» disse alla fine, «è un talento di portata europea, non ha bisogno di imparare altro; è di una dolcezza, di una tenerezza, di una forza...»   
   «Ah, quanta paura provo per lei, quanta paura,» disse la contessa senza ricordarsi chi fosse la persona alla quale stava parlando.   
   Il suo istinto materno le diceva che in Nataša c'era un'esuberanza di vitalità, qualcosa che avrebbe finito per renderla infelice. Nataša non aveva ancora finito di cantare che nella stanza entrò di corsa il quattordicenne Petja, il quale, tutto entusiasta, recò la notizia che erano arrivate le maschere.   
   Nataša si fermò d'improvviso.   
   «Stupido!» gridò al fratello; corse verso la sedia, vi si lasciò cadere e scoppiò in singhiozzi, tanto che per un pezzo non riuscì più a riprendersi.   

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