«Non è niente, mamma, non è niente credimi; e solo che Petja mi ha spaventata,» diceva Nataša, cercando di sorridere, ma le lacrime continuavano a sgorgare e i singhiozzi le serravano la gola.
I servi, mascherati da orsi, da turchi, da osti, da signore, alcuni spaventosi, altri buffi, recando con sé l'allegria e il freddo dall'esterno, prima si pigiarono timidamente in anticamera, poi, nascondendosi l'uno dietro l'altro, si affollarono nel salone; infine, dapprima timidi, poi sempre più allegri e rilassati, cominciarono le loro canzoni, i loro balli, i loro girotondi e i giochi di Natale. La contessa, dopo aver riconosciuto i visi e aver riso delle maschere, andò nel salone. Qui il conte Il'ja Andreiè se ne stava seduto con un raggiante sorriso di compiacenza per le maschere. I giovani erano scomparsi chissà dove.
Mezz'ora dopo, fra le altre maschere, nella sala comparve anche una vecchia signora in jupon: era Nikolaj. Petja era una turca, Dimmler un pagliaccio, Nataša un ussaro e Sonja un circasso, con i baffi e le sopracciglia disegnate con un turacciolo bruciacchiato.
Dopo che le persone non mascherate ebbero manifestato la loro compiacente meraviglia ed ebbero finto di non riconoscerli, i giovani decisero che i loro costumi erano così belli che bisognava mostrarli a qualcun altro.
Nikolaj, che aveva una gran voglia di condurre tutti nella sua trojka su una bellissima strada, propose di andare dallo zio e di portare con sé una decina dei servi in maschera.
«No, povero vecchio, perché volete andarlo a frastornare?» protestò la contessa. E poi da lui non si riesce nemmeno a rigirarsi. Se volete proprio andare, andate dai Meljukov.»
La Meljukova era una vedova con vari figli di diversa età, governanti e