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Nikolaj, con il suo costume da vecchia, sul quale aveva indossato il mantello da ussaro legato alla cintola, se ne stava in mezzo alla sua slitta con le redini in mano.   
   Era così chiaro, che Nikolaj vedeva scintillare alla luce della luna le fibbie e gli occhi dei cavalli, i quali si voltavano a guardare spaventati i passeggeri che facevano chiasso sotto la buia tettoia dell'ingresso.   
   Nella slitta di Nikolaj presero posto Nataša, Sonja, M.me Schoss e due giovani cameriere. Sulla slitta del vecchio conte salirono Dimmler con sua moglie e Petja; nelle altre montarono i domestici in maschera.   
   «Va' avanti tu, Zachar!» gridò Nikolaj al cocchiere di suo padre, per avere poi l'occasione di superarlo lungo la strada.   
   La trojka del vecchio conte, sulla quale erano saliti Dimmler e altre persone mascherate, si mosse per prima gemendo con i pattini, come se si fosse incollata alla neve, con un sonoro tintinnio del campanello. I due cavalli laterali si stringevano alle stanghe e sprofondavano nella neve dura e lucente, rovesciandola come zucchero.   
   Nikolaj si mosse dietro la prima trojka; dietro di lui rintronarono e stridettero le altre. Prima andarono al piccolo trotto lungo la strada stretta. Finché costeggiarono il giardino, le ombre degli alberi spogli si alternarono veloci sulla strada schermando la luce abbacinante della luna, ma non appena oltrepassarono il muro di cinta, da ogni parte si aprì la pianura innevata, splendida e, come sparsa di diamanti, tutta pervasa dal fulgore lunare, immobile, con riflessi blu. Una, due volte, la slitta di testa sobbalzò su una buca, nello stesso modo sobbalzarono le slitte che la seguivano e che, violando sfrontatamente quel silenzio sepolcrale, si allungavano in corsa una dietro l'altra.   
   «Una traccia di lepre, quante tracce!» echeggiò la voce di Nataša

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