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i cavalli. Il cavallo di centro continuava a tendersi ora da una parte ora dall'altra, sotto la duga, non pensando nemmeno lontanamente di rallentare e promettendo anzi di correre ancora di più, quando fosse stato necessario.   
   Nikolaj raggiunse la prima trojka. Discesero il dorso di un'altura e sbucarono su un largo sentiero ben tracciato che attraversava un prato, lungo il fiume.   
   «Per dove andiamo?» pensò Nikolaj. «Dev'essere il prato di Kosoj. Ma no, è un posto nuovo, un posto che non ho mai visto. Non è il prato di Kosoj e nemmeno l'altura di Dëmkino, lo sa Dio che razza di posti sono! Posti nuovi e posti magici! Be', che importa, dopotutto?» E, data la voce ai cavalli, si accinse a sorpassare la prima trojka.   
   Zachar trattenne i cavalli e voltò la faccia, già tutta ricoperta di brina fino alle sopracciglia.   
   Nikolaj lanciò i suoi cavalli; Zachar, tendendo le braccia in avanti, fece schioccare la lingua e lanciò i suoi.   
   «Tienti ben saldo, padroncino!» esclamò.   
   Le trojke volarono l'una a fianco dell'altra, ancora più veloci, e le zampe dei cavalli al galoppo si alternavano rapide. Nikolaj incominciò a guadagnar terreno; Zachar, senza cambiare la posizione delle braccia tese, alzò una mano che brandiva le redini.   
   «Sbagli, padroncino,» gridò a Nikolaj   
   Nikolaj lanciò i cavalli ventre a terra e oltrepassò Zachar. I cavalli infarinavano di neve minuta e asciutta le facce dei passeggeri, al cui fianco echeggiavano senza posa le sonagliere, mentre nel rapido movimento le zampe e le ombre della trojka che stavano sorpassando si confondevano tra loro. Da varie parti si udivano strilli femminili e il sibilare dei

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