cantato, ma ella s'impaurì; si coperse la faccia con le mani, e allora lui l'agguantò. Per fortuna che in quel momento arrivarono le cameriere...»
«Via, perché volete spaventarle?» disse Pelageja Danilovna.
«Mamma, anche voi però siete andata a interrogar la sorte...» disse una delle figlie.
«E nel granaio come fanno a interrogar la sorte?» domandò Sonja.
«Si potrebbe fare anche ora: per esempio, tu vai nel granaio e ti metti in ascolto. Dipende da quello che si sente: se odi battere col martello oppure bussare, è un cattivo presagio; se invece si sente versare del grano, è buon segno; ma capita anche...»
«Mamma, raccontate che cosa accadde a voi nel granaio.»
Pelageja Danilovna sorrise.
«Non ne vale la pena; e poi ormai me ne sono dimenticata...» disse. «Allora, non ci va nessuno?»
«Ci vado io; Pelageja Danilovna, lasciatemi andare, io ci vado,» esclamò Sonja.
«E va bene; se non hai paura...»
«Luiza Ivanovna, posso andare?» domandò Sonja.
Sia che giocassero all'anellino, alla cordicella o al rublo, oppure chiacchierassero come facevano in quel momento, Nikolaj non si staccava mai da Sonja e la guardava con occhi del tutto diversi. Gli sembrava di averla conosciuta davvero soltanto adesso, grazie a quei baffi di nerofumo. E, in effetti, Sonja quella sera era allegra, animata e bella come Nikolaj fino allora non l'aveva mai vista.
«Ecco com'è, lei: e io sono uno sciocco!» pensava Nikolaj guardando i suoi occhi brillanti e il felice estatico sorriso che sotto quei baffi finti formava sulle gote di Sonja delle fossette che lui non aveva mai