notato.
«Io non ho paura di nulla,» disse Sonja. «Posso andarci subito?» E si alzò. Le dissero dov'era il granaio; le spiegarono che doveva stare in piedi in silenzio e ascoltare e le portarono la pelliccia. Lei se la gettò sul capo e lanciò un'occhiata a Nikolaj.
«Com'è incantevole, questa ragazza!» pensava lui. «Ma a che cosa ho pensato, finora?»
Sonja uscì in corridoio per andare nel granaio e Nikolaj si affrettò a portarsi nell'ingresso principale, dicendo che aveva caldo; in realtà in casa si soffocava a causa di tutta quella gente che vi si era radunata.
Fuori faceva sempre quel freddo immoto e c'era sempre quella luna, ma il chiarore era ancora più intenso. La luce era così intensa, e c'erano tante stelle sulla neve, che non veniva voglia di guardare il cielo e nemmeno ci si accorgeva delle stelle vere. Il cielo era triste e cupo; sulla terra, invece, regnava l'allegria.
«Uno sciocco, sono, un vero sciocco! Perché ho atteso tutto questo tempo?» pensava Nikolaj. Scese di corsa la scalinata d'ingresso e fece il giro della casa percorrendo il sentiero che portava all'entrata di servizio. Sapeva che Sonja sarebbe passata di lì. A metà strada c'era una catasta di legna coperta di neve che proiettava una larga ombra; sopra e ai suoi lati cadevano, intrecciandosi sulla neve e sul sentiero, le ombre di vecchi tigli nudi di foglie. Il sentiero portava al granaio. La parete del granaio, fatta di tronchi, e il tetto coperto di neve brillavano alla luce della luna come se fossero stati intagliati in qualche gemma preziosa. Un albero gemette nel giardino, poi di nuovo fu tutto assoluto silenzio. Il petto non sembrava respirare aria, ma una forza e una gioia eternamente giovani.