Diceva che le nostre guerre contro Napoleone sarebbero sempre state sfortunate finché avessimo cercato di allearci coi tedeschi e ci fossimo immischiati negli affari europei nei quali eravamo stati trascinati dalla pace di Tilsit. Noi non dovevamo combattere né per l'Austria, né contro l'Austria. Tutta la nostra politica era nell'Oriente e, nei confronti di Bonaparte, non c'era che una cosa: armare i confini e adottare una politica ferma; in tal caso Napoleone non avrebbe mai osato varcare la frontiera russa, come aveva fatto nel 1807.
«E quando mai potremmo combattere contro i francesi, principe?» disse il conte Rastopèin. «Possiamo forse prender le armi contro i nostri maestri, i nostri idoli? Guardate la nostra gioventù, guardate le nostre ragazze. I nostri idoli sono loro, i francesi, il nostro regno dei cieli è Parigi.» E alzò il tono di voce con l'evidente proposito che tutti lo sentissero. «Mode francesi, idee francesi, sentimenti francesi! Voi avete buttato fuori di casa Métivier perché è un francese e un farabutto, ma le nostre signore gli scodinzolano appresso. Ieri sera sono stato a un ricevimento. Ebbene, di cinque signore presenti tre erano cattoliche e passano le domeniche a ricamare in obbedienza a una disposizione del papa. E se ne stavano lì, nude o quasi, come figure dipinte sulle insegne dei bagni pubblici, con rispetto parlando. Eh, se si guarda la nostra gioventù, principe, si prenderebbe dal museo la vecchia dubina di Pietro il Grande e gli si pesterebbe le costole alla russa; allora sì che finirebbero questa mattana.»
Tutti tacquero. Il vecchio principe guardava sorridendo il conte Rastopèin e scuoteva la testa in segno di approvazione.
«Ebbene, arrivederci, eccellenza, state sano,» disse Rastopèin, alzandosi con la rapidità di movimenti che gli era propria. Porse la mano