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suo essere sembrava esprimere un biasimo per il prossimo: per tutte le loro debolezze, per le loro passioni e i loro entusiasmi che ella reputava affatto inconcepibili. Sin dal primo mattino presto, in vestaglia, si occupava delle faccende di casa; poi, se era giorno di festa, andava a messa e dalla messa si recava nelle carceri e nelle case di pena, dove aveva da fare cose delle quali non parlava a nessuno, mentre nei giorni feriali si vestiva e riceveva in casa postulanti di diverse classi sociali che venivano ogni giorno da lei, poi andava a pranzo. Al pranzo, abbondante e prelibato, c'erano sempre tre o quattro invitati; dopo di che faceva una partita a boston. Di notte si costringeva a leggere i giornali e i nuovi libri e inoltre faceva lavori a maglia. Di rado faceva eccezione alle regole per recarsi in visita da qualcuno, ma, se ci andava, era soltanto per recarsi in casa delle persone più importanti della città.   
   Non si era ancora coricata quando arrivarono i Rostov, e in anticamera la porta cigolò sui cardini facendo entrare loro e i domestici che venivano dal freddo della via. Marja Dmitrievna stava sulla soglia della porta del salone con gli occhiali abbassati sul naso, la testa gettata all'indietro e li stava a guardare con aria severa e contrariata. Si sarebbe potuto credere che fosse adirata contro quei visitatori e che li avrebbe cacciati via da un momento all'altro se nello stesso tempo non fosse andata impartendo affaccendate disposizioni sulla congrua sistemazione degli ospiti e della loro roba.   
   «Sono quelli del conte? Portali qui,» diceva indicando le valigie e senza salutare nessuno. «I bauli delle signorine da questa parte, a sinistra. Be', che avete da ciondolare in quel modo?» gridò alle cameriere. «Accendete un samovar! Sei ingrassata, ti sei fatta più bella,» disse a Nataša attirandola a sé per il cappuccio, tutta rossa per il gelo.

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