«Ohibò, come sei gelata! Su, sfilati la pelliccia,» gridò al conte che si avvicinava per baciarle la mano. «Sei un ghiacciolo, perbacco. Servite il rhum e il tè! Sonjuška, bonjour,» disse poi a Sonja, attenuando con quel saluto in francese il suo tratto lievemente sprezzante e tuttavia affettuoso nel rivolgersi a Sonja.
Quando tutti, liberatisi degli indumenti pesanti, lavati e rianimati dopo il viaggio, si presentarono per il tè, Mar'ja Dmitrievna li baciò tutti di nuovo, l'uno dopo l'altro.
«Sono proprio contenta che siate arrivati e siate venuti in casa mia,» disse. «Era ora...» aggiunse, dopo aver dato un'occhiata significativa a Nataša; «il vecchio è qui e il figlio è atteso da un giorno all'altro. Bisogna far conoscenza con loro. Va bene, di questo parleremo poi,» aggiunse, squadrando Sonja con uno sguardo che lasciava intendere come non desiderasse parlare della cosa in sua presenza. «Adesso, senti,» disse, rivolgendosi al conte, «domani che cosa devi fare? Chi vuoi vedere? Šinšin?» e piegò un dito, «quella piagnona di Anna Michajlovna? E sono due. Lei è qui col figlio. Si sposa. Poi Bezuchov, no? Anche lui è qui con la moglie. Lui è scappato ma lei gli è corsa dietro. È stato a pranzo da me mercoledì. Bene, e loro,» indicò Nataša e Sonja, «domani le porterò alla chiesa di Iversk e poi andremo anche dalla Aubert-Chalmé. Perché immagino che vi rifarete il guardaroba, no? Non copiate me: adesso le maniche si portano così, ecco! Giorni fa è venuta da me la principessina Irina Vasil'evna, la giovane: era un orrore: sembrava che si fosse infilata due barilotti sulle braccia. Oggi ogni giorno c'è una moda nuova. E tu, che affari hai da sbrigare?» chiese al conte, rivolgendoglisi con espressione severa.
«Tutto si è accumulato a un tratto,» rispose il conte. «Bisogna pensare