nemmeno lei riusciva a rendersi conto perché le riuscisse così difficile mettersi a parlare di quel matrimonio. Quando il conte era ormai uscito dalla stanza, la principessina Mar'ja si avvicinò a passi rapidi a Nataša, le prese le mani, e dopo un profondo sospiro le disse: «Aspettate, io devo...»
Senza sapere nemmeno lei perché, Nataša guardò la principessina Mar'ja in modo ironico.
«Mia cara Nathalie,» disse la principessina Mar'ja, «sapete, io sono così contenta che mio fratello abbia trovato la felicità...»
Si fermò, sentendo che non diceva il vero. Nataša si accorse di quell'esitazione e ne intuì il motivo.
«Penso, principessina, che non sia il caso di parlarne ora,» disse con dignità e freddezza apparenti, ma sentendo che le lacrime le facevano groppo alla gola.
«Che cosa ho detto, che cosa ho fatto!» pensò non appena fu uscita dalla stanza.
Quel giorno Nataša fu attesa a lungo a pranzo. Era nella sua camera e piangeva come un bambino, soffiandosi il naso e singhiozzando.
Sonja era china su di lei e le baciava i capelli. «Nataša, ma perché?» diceva. «Che te ne importa di loro? Tutto passerà, Nataša.»
«No, se sapessi che umiliazione... Come se io...»
«Non parlare, Nataša, tu non hai nessuna colpa; quindi che te ne importa? Dammi un bacio,» disse Sonja.
Nataša sollevò il capo, e dopo aver baciato la sua amica si strinse a lei col viso bagnato di lacrime.
«Non posso dire, non lo so. Nessuno ne ha colpa,» mormorò, «la colpa è mia. Ma è una cosa che fa terribilmente male. Ah, perché lui non arriva?»