In uno di quei momenti di imbarazzato silenzio durante i quali Anatol' la guardava tranquillo e ostinato coi suoi occhi un po' sporgenti, per rompere il silenzio Nataša gli domandò se Mosca gli piacesse. Poi, profferita questa domanda, si fece tutta rossa. Aveva la continua impressione di far qualcosa di sconveniente, parlando con lui. Anatol' sorrise, come per incoraggiarla.
«Da principio mi piaceva poco; infatti che cosa rende una città piacevole? Ce sont les jolies femmes, non è vero? Adesso però mi piace molto,» continuò, guardandola in modo significativo. «Verrete al carosello, contessina? Venite,» ripeté. Poi allungò la mano verso il suo mazzo di fiori, e abbassando la voce, disse: «Vous serez la plus jolie. Venez, chère comtesse, et comme gage donnez moi cette fleur.»
Nataša non capì che cosa avesse detto, e non l'aveva capito nemmeno lui; ma intuì che nelle parole incomprensibili di lui c'era un'intenzione sconveniente. Non sapeva che cosa dire e si voltò dall'altra parte come se non avesse sentito quel che lui aveva detto. Poi, non appena si fu voltato, pensò subito che lui era lì dietro, così vicino a lei.
«Che cosa fa adesso? È confuso? È in collera? Devo rimediare?» domandava a se stessa. Non poté trattenersi e si voltò. Lo guardò dritto negli occhi, e la sua vicinanza, la sua sicurezza e la benevola affettuosità del suo sorriso la vinsero. Allora sorrise come lui, guardandolo fisso negli occhi. E di nuovo sentì con terrore che fra lei e quell'uomo non c'era alcuna barriera.
Il sipario tornò a levarsi. Anatol' uscì dal palco tranquillo e contento. Nataša tornò nel palco di suo padre ormai del tutto soggiogata dal mondo nel quale si trovava. Tutto ciò che accadeva davanti a lei le sembrava ormai del tutto naturale, mentre i pensieri che fino a poco prima