al ricordo di Andrej si associava quello del vecchio principe, della principessina Mar'ja, e anche della serata all'opera e di Kuragin.
Di nuovo si chiedeva se non fosse colpevole, se non avesse già violato il suo vincolo di fedeltà al principe Andrej, e di nuovo si sorprendeva a ricordare fin nei minimi particolari ogni parola, ogni gesto, ogni sfumatura del gioco di espressioni della faccia di quell'uomo che aveva saputo far nascere in lei un sentimento che non capiva e del quale aveva paura. Agli occhi dei familiari Nataša sembrava più animata del solito, ma era ben lontana dal sentirsi tranquilla e felice come un tempo.
La domenica mattina Mar'ja Dmitrievna invitò i suoi ospiti alla messa nella sua chiesa parrocchiale dell'Assunzione, nei Mogil'cy.
«Non mi piacciono quelle chiese di moda,» disse, evidentemente compiacendosi del suo libero modo di pensare. «Dio è sempre lo stesso dappertutto. Abbiamo un prete bravissimo, celebra molto bene, in modo irreprensibile, e così pure il diacono. Viene forse qualche maggior pensiero di santità da quei concerti che si tengono in cantoria? Non mi piacciono, sono fisime da sdolcinati.»
Mar'ja Dmitrievna amava le domeniche e sapeva festeggiarle. Il sabato la sua casa veniva sempre lavata e ripulita; la servitù e lei stessa non lavoravano; tutti erano agghindati a festa e tutti andavano a messa. Alla tavola dei padroni venivano aggiunte speciali portate e ai domestici venivano elargite vodka, oca arrosto oppure porchetta. Ma in tutta la casa, ciò che più di ogni altra cosa contrassegnava la festività era la larga faccia di Mar'ja Dmitrievna, che quel giorno assumeva un'espressione immutabile e solenne.
Quando dopo la messa ebbero bevuto il caffè, nel salone ove erano state tolte le fodere dai mobili, fu annunciato a Mar'ja Dmitrievna che la