bicchiere di vino e voltandosi a guardare il conte per averne l'incoraggiamento.
«Connaissez vous le proverbe: "Erëma, Erëma, fossi rimasto a casa ad affilare i tuoi fusi.",» disse Šinšin, corrugando la fronte e sorridendo. «Cela nous convient à merveille. E che ha combinato Suvorov? anche lui l'hanno battuto, à plate couture, e adesso i Suvorov dove li abbiamo? Je vous demande un peu,» aggiunse, passando di continuo dal russo al francese.
«Noi dobbiamo batterci fino all'ultima goccia di sangue,» disse il colonnello picchiando sulla tavola, «e morire per il nostro imperatore; e allora tutto andrà bene. E ragionare il me-e-no,» strascicò in modo particolare la voce sulla parola «meno», «il me-e-no possibile,» concluse rivolgendosi di nuovo al conte. «Così giudichiamo noi vecchi ussari, ecco tutto. E voi come vedete voi, che siete giovane come uomo e come ussaro?» aggiunse rivolto a Nikolaj il quale, avendo sentito che si parlava della guerra, aveva dimenticato la sua interlocutrice ed era tutt'occhi e tutto orecchie a guardare e ad ascoltare il colonnello.
«Sono perfettamente d'accordo con voi,» rispose Nikolaj, tutto rosso, facendo girare il suo piatto e spostando i bicchieri con un'aria decisa e disperata come se in quel momento avesse corso un grave pericolo, «io sono convinto che i russi devono vincere o morire,» disse, sentendo anche lui, né più né meno come gli altri - ma solo dopo che la frase era stata già pronunciata - che essa era troppo solenne ed enfatica per la circostanza, e che pertanto suonava goffa.
«C'est bien beau ce que vous venez de dire,» disse sospirando Julie che sedeva accanto a lui. Sonja si mise a tremare tutta e, mentre Nikolaj parlava, arrossì fino alle orecchie, dietro le orecchie e fin sul collo e