spaventarsi di ciò che aveva detto.
Di nuovo sul viso di Nataša si dipinse la collera.
«E va bene, mi rovinerò, mi rovinerò il più presto possibile. Non sono affari vostri. Starò male io, non voi. Lasciami, lasciami. Ti odio.»
«Nataša!» implorò Sonja spaventata.
«Ti odio, ti odio! E sarai per sempre la mia nemica!»
Nataša scappò di corsa dalla stanza.
Ora Nataša non rivolgeva più la parola a Sonja e la evitava. Andava in giro per le stanze sempre con quell'espressione di irrequieto stupore e di colpevolezza, accingendosi ora a questa, ora a quest'altra occupazione, e subito lasciandole.
Per quanto ciò fosse penoso per Sonja, ella cominciò a sorvegliare la sua amica.
La vigilia del giorno in cui il conte sarebbe dovuto tornare, Sonja si accorse che Nataša era rimasta seduta per tutta la mattina vicino alla finestra del salotto come se aspettasse qualcosa, e che aveva fatto un segno a un militare che era passato in carrozza, e che a Sonja era parso Anatol'.
Allora prese a sorvegliare ancor più attentamente la sua amica e notò che durante il pranzo e per tutta la serata Nataša era stata strana e innaturale: rispondeva a sproposito alle domande che le rivolgevano, cominciava le frasi e poi non le finiva, rideva di tutto.
Dopo il tè Sonja si accorse dell'impaccio di una cameriera che, presso la porta di Nataša, aspettava che lei si allontanasse. Lasciò che entrasse e, origliando dietro la porta, seppe che era stata recapitata un'altra lettera.
Di colpo a Sonja fu chiaro che Nataša doveva avere qualche terribile