«Io ti ho aiutato, però devo dirti egualmente la verità: è un'impresa pericolosa e, a guardar bene, anche stupida. E va bene, te la porti via, niente da dire. Ma credi che le cose possano restare così? I nodi verranno al pettine, salterà fuori che sei già sposato. E finirai sotto processo...»
«Ah! Idiozie, idiozie!» esclamò Anatol', accigliandosi. «Te l'ho già spiegato, no?» E Anatol', con l'accanito attaccamento, tipico delle persone ottuse, per una deduzione alla quale siano arrivate con la propria mente, ripeté il ragionamento che aveva già ripetuto cento volte a Dolochov. «Te l'ho già spiegato: se questo matrimonio non è valido,» e piegò un dito, «significa che non ne rispondo, se poi invece è valido, fa lo stesso: all'estero nessuno ne saprà nulla. Tutto liscio, no? Quindi, smettila e non dirmi altro!»
«Sul serio, lascia perdere! Ti troverai una terribile palla al piede...»
«Ma va' all'inferno,» strillò Anatol', e mettendosi le mani nei capelli, andò nell'altra stanza; ma tornò subito indietro e si pose a sedere alla turca in una poltrona accanto a Dolochov. «Lo sa il diavolo com'è fatto, questo! Eh? Lo senti come batte?» Anatol' prese la mano di Dolochov e se la mise sul cuore. «Ah! quel pied, mon cher, quel regard! Une déesse! Eh?»
Dolochov lo guardava con un freddo sorriso, facendo balenare i suoi begli occhi sfrontati, con l'evidente desiderio di divertirsi ancora un poco alle sue spalle.
«E quando i soldi saranno sfumati?»
«Già, e poi?» ripeté Anatol' con un moto di sincera perplessità al cospetto dell'avvenire. «E poi? E che ne so io... Be', perché stiamo qui a