facevano bere e ballare nei locali degli zigani, e dalle sue mani erano passate molte migliaia di rubli di Anatol' e di Dolochov. Al loro servizio egli rischiava venti volte all'anno la sua pelle e, lavorando per loro, faceva crepare più cavalli di quanto loro gli ripagassero in soldi. Ma a lui Anatol' e Dolochov piacevano; gli piacevano quelle corse pazze a diciotto verste all'ora, gli piaceva rovesciare le vetture di piazza, travolgere i pedoni e volare attraverso le vie di Mosca a briglia sciolta. Gli piaceva sentire dietro sé quell'urlo selvaggio delle voci ubriache: «Corri! Corri!» quando ormai non era più possibile andare più veloci; gli piaceva allungare una scudisciata sul collo di un contadino che già stava scansandosi, più morto che vivo. «Veri signori!» pensava Balaga.
Anche ad Anatol' e a Dolochov piaceva Balaga per la sua perizia nel guidare e per il fatto che anche a lui piacesse ciò che piaceva a loro. Con gli altri, Balaga tirava sul prezzo: pretendeva venticinque rubli per una corsa di due ore e ben di rado si muoveva di persona, in genere mandava i suoi ragazzi. Ma con i suoi signori, come lui li chiamava, andava sempre personalmente e non pretendeva mai niente per il suo lavoro. Soltanto dopo aver saputo tramite i camerieri in che momento c'erano quattrini, una volta ogni tanti mesi si presentava di mattina, del tutto sobrio, e sprofondandosi in inchini li pregava di salvarlo dai guai. I signori lo facevano sempre sedere.
«Salvatemi voi, Fëdor Ivanyè, eccellenza,» diceva. «Sono rimasto senza un solo cavallo e devo andare alla fiera; prestatemi quel che potete.»
Anatol' e Dolochov, quando si trovavano in denari, gli davano mille o anche duemila rubli.
Balaga era un contadino sui ventisette anni, biondo, tarchiato, con la faccia rossa e il collo taurino, due occhietti brillanti e una piccola